IL MOTORSPORT: FENOMENO GLOBALE, APPROCCI DIFFERENTI
Il numero dei piloti e dei paesi coinvolti nella filiera del Motorsport cresce ogni anno. Negli ultimi 5 anni una ventina di nuovi paesi sono entrati in pianta stabile nel panorama kartistico di altro profilo FIA e da diverso tempo in tutti i continenti sono presenti Campionati nei quali raggiungere un alto livello di competitività. Come influisce la nazione da cui il pilota proviene nelle scelte che segneranno il suo percorso verso il professionismo?
Uno degli aspetti più suggestivi di ogni gara e più in generale del Paddock è quello che unisce, non solo nelle foto di rito, giovani piloti provenienti dalle nazioni più disparate: girando per le piste dell’Europeo, del Mondiale o anche del WSK la moltitudine di tratti somatici vi farà pensare ad un’Olimpiade: tutti e sei i continenti ben visibili nei volti, nelle abitudini, nel linguaggio di giovanissimi piloti e delle persone intorno a loro.
Lo scopritore di talenti, ma soprattutto chi ha il compito di supportare questi (spesso) giovanissimi piloti alla conquista dei loro obiettivi non potrà non tener conto di quali preliminari si debbano considerare nella preparazione all’agonismo in funzione della diversa origine dei piloti e delle loro possibilità iniziali di gareggiare. Per la stragrande maggioranza dei piloti, infatti, non è sempre possibile trasferirsi a migliaia di chilometri da casa in così giovane età, e nello stesso tempo, un talento incredibile potrebbe nascere in zone del mondo con poca o nessuna tradizione nel motorsport, trascorrendo la fase iniziale della propria carriera in Campionati locali. E’ in questa fase delicata, per i piloti con un progetto sulla media distanza, che occorre bilanciare bene le proprie risorse e fissare gli obiettivi.
Quanta crescita avete visto negli ultimi anni tra i giovani piloti provenienti da paesi con poca ‘tradizione’ nel motorsport?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita molto significativa del numero e della qualità dei giovani piloti provenienti da Paesi che fino a poco tempo fa erano considerati periferici rispetto ai tradizionali centri del motorsport europeo. Se in passato il percorso verso il professionismo passava quasi esclusivamente attraverso nazioni con una forte cultura racing come Italia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi o Germania, oggi vediamo emergere talenti da Asia, Medio Oriente, Nord America, Sud America e persino da mercati che fino a pochi anni fa avevano una presenza marginale nelle competizioni internazionali. Questo fenomeno è stato favorito da diversi fattori: la maggiore accessibilità alle informazioni, la diffusione dei simulatori professionali, la crescita delle academy locali, l’investimento di federazioni nazionali e sponsor privati e, soprattutto, la globalizzazione del motorsport. Oggi un giovane pilota può iniziare il proprio percorso in un campionato nazionale competitivo e successivamente confrontarsi con il livello europeo senza dover necessariamente trasferirsi all’estero fin dai primi anni.
Naturalmente la provenienza geografica continua a influire sulle opportunità iniziali. Un pilota che cresce in Italia ha la possibilità di confrontarsi fin da subito con alcuni dei migliori team e avversari al mondo, mentre chi proviene da mercati emergenti spesso deve compiere un percorso più strutturato per raggiungere lo stesso livello di esperienza. Tuttavia il divario si sta riducendo rapidamente. Dal nostro punto di vista, oggi il talento può nascere ovunque. Il compito di un management moderno è proprio quello di identificare il potenziale indipendentemente dalla provenienza, costruendo un programma che tenga conto delle caratteristiche del mercato locale, delle risorse disponibili e degli obiettivi a medio-lungo termine del pilota. Sempre più spesso vediamo giovani provenienti da Paesi senza una lunga tradizione nel motorsport arrivare in Europa già molto preparati e capaci di competere ai massimi livelli fin dalle prime stagioni internazionali. Questo rende il motorsport contemporaneo più competitivo, più globale e, soprattutto, più ricco di opportunità rispetto al passato.
Dato che per ovvie ragioni in alcune zone del Mondo l’offerta agonistica è più limitata, qual è a Vs parere il modo migliore per “sgrossare” un talento sportivo senza lasciare il paese, almeno all’inizio?
Quando un giovane pilota proviene da un Paese con un’offerta agonistica limitata, il primo obiettivo non deve essere necessariamente quello di correre subito all’estero, ma quello di costruire solide basi tecniche, mentali e professionali nel contesto disponibile. Nelle fasi iniziali della carriera, infatti, è più importante sviluppare correttamente il talento che accumulare chilometri in campionati prestigiosi senza essere realmente pronti. Un buon programma di allenamento, il lavoro con istruttori qualificati, l’analisi dati, la preparazione fisica e mentale e un’attività agonistica costante nel campionato nazionale possono rappresentare una base estremamente valida. Oggi la tecnologia offre inoltre strumenti che fino a pochi anni fa non esistevano. Il simulatore è diventato un elemento fondamentale nella formazione dei giovani piloti, permettendo loro di apprendere piste internazionali, sviluppare sensibilità tecnica e migliorare la capacità di analisi anche senza essere fisicamente presenti nei principali hub del motorsport. Un altro aspetto molto importante è individuare il momento giusto per il salto internazionale. Non sempre anticipare i tempi è la scelta migliore. Spesso è più efficace dominare o comunque distinguersi nel proprio contesto nazionale, acquisire fiducia ed esperienza e poi affrontare gradualmente programmi internazionali mirati, come alcune gare singole, eventi FIA o appuntamenti di riferimento nel karting europeo.
Dal nostro punto di vista, il talento va sviluppato attraverso un percorso sostenibile e progressivo. Restare nel proprio Paese durante i primi anni non deve essere visto come un limite, ma come un’opportunità per crescere in un ambiente più controllato, ottimizzando le risorse disponibili. Quando le basi sono solide, l’ingresso nei campionati internazionali diventa molto più efficace e permette al pilota di esprimere realmente il proprio potenziale.
Negli ultimi anni sono stati inaugurati diversi Campionati internazionali con il Format Arrive and Drive, dove la piattaforma comune ed un mezzo tecnicamente alla pari per tutti i piloti ha permesso a molti di sfidare in pista i propri coetanei unicamente grazie alle proprie doti di guida e tattica di gara: quali sono i benefici di questo tipo di gare a Vs parere?
Riteniamo che i campionati con formula Arrive and Drive rappresentino una delle evoluzioni più interessanti del motorsport moderno, soprattutto nelle categorie giovanili e nei percorsi di crescita internazionale. Il principale beneficio è la possibilità di valutare il talento del pilota in modo molto più diretto. Quando tutti dispongono dello stesso materiale tecnico, gran parte delle differenze prestazionali dipendono dalla capacità di guida, dalla velocità di apprendimento, dalla gestione della pressione, dalla preparazione mentale e dall’intelligenza in gara. Questo permette di identificare con maggiore precisione i piloti che possiedono qualità naturali e potenziale per il professionismo. Un altro vantaggio importante riguarda l’accessibilità. Per molte famiglie e per molti piloti provenienti da Paesi lontani dai tradizionali centri del motorsport, partecipare a un campionato Arrive and Drive può essere economicamente e logisticamente più sostenibile rispetto alla gestione di un programma completo con team, mezzi e personale dedicato. Questo contribuisce a rendere il motorsport più inclusivo e realmente globale.
Dal punto di vista formativo, queste competizioni insegnano anche una qualità fondamentale: la capacità di adattamento. I piloti devono essere in grado di comprendere rapidamente il mezzo a disposizione, lavorare efficacemente con tecnici che spesso incontrano per la prima volta e massimizzare la prestazione in tempi molto ridotti. Sono competenze che ritroveranno ai livelli più alti della carriera. Naturalmente i campionati tradizionali continuano ad avere un ruolo centrale, perché il motorsport professionistico richiede anche la capacità di sviluppare il veicolo, lavorare con gli ingegneri e contribuire alla crescita tecnica del team. Tuttavia, i format Arrive and Drive rappresentano un eccellente strumento di selezione e formazione, perché mettono il pilota al centro della prestazione e consentono di valorizzare il merito sportivo in maniera particolarmente efficace. Per questo motivo crediamo che queste serie continueranno a crescere nei prossimi anni, diventando sempre più importanti nell’individuazione e nello sviluppo dei talenti provenienti da ogni parte del mondo.
Nei Campionati Arrive and Drive i giovani piloti possono confrontarsi in pista a bordo di mezzi identici, con le doti di guida al centro della prestazione e pertanto costituiscono un sistema agonistico in grado di valorizzare il merito sportivo
Quale potrebbe essere il contesto di crescita migliore per un pilota che intende, intorno ai 12/13 anni, provare a mettersi alla prova in un contesto internazionale in gare di questo genere?
Per un pilota che ambisce a una carriera professionistica, i 12-13 anni rappresentano spesso il momento in cui è necessario iniziare a confrontarsi con il vero livello internazionale. I campionati nazionali restano importanti per accumulare esperienza e continuità, ma a un certo punto diventano insufficienti per comprendere il reale potenziale di un giovane pilota. Il motorsport professionistico è una competizione globale e i riferimenti tecnici e sportivi devono essere quelli dei migliori piloti della propria generazione, indipendentemente dalla nazionalità. Per questo motivo riteniamo che, intorno a questa età, il contesto ideale sia quello che permette al pilota di affrontare con regolarità eventi internazionali, specialmente in formule Arrive and Drive o in campionati dove il livello medio dei partecipanti è molto elevato. Non si tratta soltanto di valutare la velocità sul giro, ma anche la capacità di adattarsi a nuovi circuiti, nuove culture, nuovi metodi di lavoro e a una pressione competitiva superiore. Molto spesso il risultato in sé passa in secondo piano rispetto alle informazioni che si raccolgono. Capire dove si colloca un pilota rispetto ai migliori talenti del mondo è fondamentale per programmare correttamente i passi successivi della sua carriera. Naturalmente il passaggio deve essere sostenibile e ben pianificato, ma crediamo che un giovane con ambizioni professionistiche debba cercare il confronto internazionale il prima possibile. È lì che si sviluppano le competenze, le abitudini e la mentalità richieste per competere ai massimi livelli del motorsport moderno.
Esiste la possibilità che per varie ragioni (pochi circuiti, un livello dei campionati nazionali non altissimo in alcune aree del Mondo) un pilota che viene da lontano risulti poco competitivo all’inizio: perché non bisogna scoraggiarsi e quali sono le doti che voi ritenete necessarie in questa prima fase di adattamento?
Assolutamente sì, ed è una situazione molto più frequente di quanto si possa pensare. Quando un giovane pilota proveniente da un mercato emergente arriva per la prima volta a confrontarsi con il livello internazionale, spesso si trova ad affrontare avversari che da anni competono sui migliori circuiti europei, con una quantità di esperienza, dati e riferimenti tecnici difficilmente replicabile nei campionati locali. Per questo motivo non è raro vedere piloti di talento faticare nelle prime apparizioni internazionali. L’errore più grande sarebbe giudicare il loro potenziale esclusivamente dai risultati iniziali. Nel nostro lavoro, quando valutiamo un pilota, osserviamo molto più della posizione finale in classifica. Cerchiamo di capire quanto velocemente apprende, come reagisce alle difficoltà, quanto riesce a ridurre il distacco dai migliori durante un weekend e quale capacità ha di trasformare le informazioni ricevute in miglioramenti concreti. La velocità è importante, ma nella fase di adattamento contano soprattutto altre qualità. La capacità di apprendere rapidamente, l’umiltà di accettare che esiste un livello superiore da raggiungere, la disciplina nel lavoro quotidiano e la resilienza mentale sono spesso gli elementi che distinguono chi riuscirà a crescere da chi si fermerà alle prime difficoltà. Molti dei piloti che oggi competono ai massimi livelli non sono arrivati immediatamente davanti a tutti quando hanno affrontato per la prima volta i campionati internazionali. La differenza è stata nella loro capacità di utilizzare ogni gara come un’opportunità di apprendimento, senza lasciarsi condizionare dai risultati a breve termine.
Da agenzia orientata al professionismo, riteniamo che la domanda giusta non sia “quanto è veloce oggi?”, ma “quanto velocemente sta crescendo?”. Il motorsport è una maratona, non uno sprint. Un pilota che dimostra una forte curva di apprendimento, una mentalità professionale e la capacità di adattarsi a contesti sempre più competitivi può recuperare in pochi mesi un gap accumulato in anni di differenza di esperienza. Per questo motivo, nelle prime esperienze internazionali, il nostro focus è spesso rivolto più al potenziale di sviluppo che al risultato immediato. I professionisti di domani si riconoscono molto spesso dalla qualità della loro crescita, non dalla loro prima classifica internazionale.
Quando portate un ragazzo a gareggiare in Italia, o negli eventi FIA o ancora, in serie come la Champions of The Future Academy Program lo state, in una certa misura, lanciando a “nuotare nell’acqua alta”: come fate a capire quando un pilota che gareggia bene a livello locale è pronto per il salto?
Questa è probabilmente una delle decisioni più delicate che dobbiamo prendere nel percorso di crescita di un pilota. Il rischio non è portarlo troppo presto in un contesto internazionale; il rischio è farlo quando non è pronto a trasformare quell’esperienza in crescita. Per questo motivo non valutiamo solamente i risultati ottenuti a livello locale, ma soprattutto il modo in cui quei risultati vengono raggiunti. Un pilota pronto per il salto non è necessariamente quello che vince tutte le gare del proprio campionato. È quello che dimostra di aver sviluppato competenze trasferibili a un contesto più competitivo: capacità di adattamento, comprensione tecnica del mezzo, gestione della pressione, maturità nelle decisioni in pista e soprattutto una forte attitudine all’apprendimento. Quando osserviamo un giovane talento ci chiediamo: sta dominando perché il livello attorno a lui è inferiore o perché possiede realmente qualità superiori? La differenza è fondamentale. Un pilota che continua a vincere nel proprio contesto senza essere sfidato rischia addirittura di rallentare il proprio sviluppo. Per questo motivo cerchiamo spesso di inserire gradualmente elementi di verifica internazionale. Test su circuiti sconosciuti, gare singole, eventi con partecipazione estera o campionati come la Champions of the Future Academy Program ci permettono di raccogliere informazioni molto più preziose di una semplice vittoria a livello locale.
Uno degli indicatori che consideriamo maggiormente è la velocità di adattamento. Se un pilota arriva su una pista che non conosce, contro avversari più esperti e in poche sessioni riesce a ridurre il distacco dai migliori, significa che possiede una delle qualità più richieste nel motorsport professionistico. Spesso questo dato è più importante del risultato finale. Da agenzia che lavora per portare i piloti al professionismo, crediamo che il momento giusto per il salto arrivi quando il contesto locale non rappresenta più una sfida sufficiente per accelerarne la crescita. A quel punto “l’acqua alta” non è più un rischio, ma diventa una necessità. In fondo, il professionismo non si costruisce dimostrando di essere i migliori nel proprio Paese. Si costruisce iniziando a capire quanto si è vicini ai migliori del mondo e lavorando ogni giorno per colmare quella distanza. Proprio per questo, spesso preferiamo vedere un pilota lottare per una top 15 internazionale ricca di insegnamenti piuttosto che vincere facilmente in un contesto che non gli permette più di evolversi.
In merito al percorso agonistico nel suo insieme, allargando quindi lo sguardo anche alle auto (sia monoposto che ruote coperte), perché “non c’è fretta” di trasferirsi troppo presto e quali sono i benefici per un pilota che aspetta uno o due anni prima di fare il grande passo? Quali sono alcune qualità che un giovane pilota può sviluppare nei campionati minori?
Nel motorsport moderno si parla spesso di anticipare ogni passaggio, ma la realtà è che il professionismo non premia chi arriva prima in una categoria, bensì chi arriva preparato. Molti giovani piloti e famiglie pensano che il segreto sia accelerare il percorso il più possibile. In realtà, soprattutto nel passaggio dal karting alle auto, una scelta affrettata può avere conseguenze importanti sia sul piano tecnico che su quello economico. Affrontare una categoria superiore senza aver consolidato le basi significa spesso investire molte risorse per ottenere un’esperienza che non viene sfruttata appieno. Quando consigliamo di aspettare uno o due anni prima del grande salto, non parliamo di rallentare la carriera, ma di massimizzare il rendimento della fase successiva. Un pilota che arriva nelle monoposto o nelle vetture GT con una solida esperienza di competizione, capacità di lettura della gara e maturità professionale apprende molto più velocemente e ottiene risultati migliori rispetto a chi è stato promosso troppo presto. Ci sono qualità che possono essere sviluppate in maniera estremamente efficace anche nelle categorie minori. Pensiamo alla gestione delle partenze, ai duelli ruota a ruota, alla lettura strategica della gara, alla capacità di lavorare con un team, alla preparazione mentale e alla gestione della pressione. Sono competenze che accompagneranno il pilota per tutta la carriera e che spesso fanno la differenza quando il livello tecnico tra i concorrenti diventa molto simile. C’è poi un aspetto che come management consideriamo fondamentale: la costruzione della fiducia. Un pilota che affronta il passaggio di categoria dopo aver raggiunto una buona maturità sportiva arriva con maggiore consapevolezza dei propri mezzi e con una mentalità più professionale. Al contrario, chi compie il salto troppo presto rischia di trascorrere stagioni intere cercando semplicemente di adattarsi, perdendo tempo prezioso nel proprio percorso di crescita. Naturalmente non esiste una regola uguale per tutti. Se un pilota dimostra di aver già raggiunto il livello necessario, anticipare un passaggio può essere la scelta corretta. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il vero errore non è aspettare un anno in più. Il vero errore è salire di categoria prima di aver estratto tutto il valore possibile dall’esperienza che si sta vivendo. Da agenzia che lavora con l’obiettivo di costruire piloti professionisti, preferiamo sempre ragionare in termini di carriera e non di singola stagione. Il motorsport è un percorso di lungo periodo e spesso chi sa investire il giusto tempo nello sviluppo delle proprie competenze arriva più lontano di chi cerca scorciatoie. Non conta essere il più giovane in una categoria: conta essere pronto a sfruttarla quando arriva il momento.
C’è qualche paese che in questi anni vi ha sorpreso per la sua capacità di coinvolgere giovani e giovanissimi in pista pur non avendo alle spalle una storia di motorsport?
Negli ultimi anni abbiamo visto diversi Paesi crescere molto rapidamente, spesso oltre le aspettative, sia in termini di partecipazione che di qualità dei giovani talenti. Tra i casi più interessanti ci sono sicuramente alcune nazioni del Medio Oriente, dove importanti investimenti in infrastrutture, programmi federali e attività giovanili stanno creando un ecosistema sempre più competitivo. Oggi non è raro vedere piloti provenienti da quest’area arrivare sui principali palcoscenici internazionali con una preparazione decisamente superiore rispetto a quella che ci si sarebbe aspettati solo dieci anni fa.
Anche diversi Paesi asiatici stanno mostrando una crescita notevole. Mercati come Cina, Thailandia, Indonesia e Filippine stanno producendo un numero crescente di giovani piloti che affrontano programmi internazionali con ambizioni professionistiche e una preparazione sempre più strutturata. Un’altra area che ci ha colpito è quella dell’America Latina. Pur avendo alcuni Paesi con una tradizione consolidata, oggi vediamo emergere nuovi talenti anche da mercati meno storicamente presenti ai massimi livelli del karting e delle formule propedeutiche. La passione per il motorsport è sempre stata forte, ma negli ultimi anni si è trasformata sempre più spesso in programmi professionali di sviluppo. Quello che accomuna tutti questi esempi è un elemento molto semplice: quando vengono create strutture adeguate e opportunità di confronto internazionale, il talento emerge indipendentemente dalla geografia. Il motorsport non è più uno sport limitato a pochi Paesi europei. Le competenze, le informazioni e le opportunità sono oggi molto più accessibili e questo sta contribuendo a rendere la competizione globale più aperta che mai. Da osservatori e manager, la lezione che traiamo è che non bisogna più chiedersi da quale Paese provenga un pilota, ma quali opportunità abbia avuto per sviluppare il proprio potenziale. Sempre più spesso troviamo giovani estremamente competitivi provenienti da nazioni che, fino a pochi anni fa, nessuno avrebbe considerato una fonte di talenti per il motorsport internazionale.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del motorsport moderno: il prossimo pilota professionista potrebbe arrivare da un Paese con una lunga tradizione racing, oppure da una nazione che solo oggi sta iniziando a scrivere la propria storia nelle competizioni internazionali.

