DUDU SALAMONDE: DAL KART BRASILIANO ALLA FORMULA 4
Dal primo «andiamo a fare kart» del padre a Granja Viana, dal Mondiale Rotax in Bahrain alla stagione da pilota ufficiale Parolin: il quindicenne di San Paolo racconta il salto in Formula 4, i cinque titoli della Copa São Paulo, l’annata europea in salita e il sogno F1 che lo motiva ogni giorno
“Papà, voglio diventare un pilota di Formula 1.” Eduardo Salamonde, per tutti Dudu, aveva otto anni. In televisione c’era un Gran Premio, lo stava guardando suo fratello, e a lui erano bastati pochi minuti per capire. Quel momento lo ricorda benissimo, e tiene anzi a correggere la versione che circolava finora: non fu al fratello che lo disse. “Sono andato dritto da mio padre.” Il padre rimase di sasso. “Credo che non si aspettasse che suo figlio, all’improvviso, gli dicesse di voler fare il pilota.” Passata la sorpresa, la risposta fu di una semplicità disarmante: “Va bene, figliolo. Allora andiamo a fare kart.” E così fecero. Da quel giorno a San Paolo sono passati sette anni. Dudu ne ha compiuti quindici a luglio. Nel frattempo ha messo in fila cinque titoli della Copa São Paulo e un campionato brasiliano Rotax, ha rappresentato il suo Paese in una finale mondiale, ha corso un’intera stagione europea da pilota ufficiale Parolin e ad agosto ha chiuso con il kart. Adesso guida una Formula 4. Sta cambiando sport nel pieno dell’adolescenza, e ne parla con la calma di chi sa esattamente perché lo fa.
LA SECONDA CASA
Il kart, per Dudu, ha un indirizzo preciso: il Kartódromo da Granja Viana, a Cotia, alle porte di San Paolo. Lì è cresciuto con la squadra TR3 di Walter Travaglini e con il meccanico Anselmo Terel, che lo hanno seguito per tutti gli anni brasiliani, dalle categorie giovanili in su. “Granja Viana è stata davvero la mia seconda casa. Ci ho passato tantissimo tempo, e Walter e Anselmo mi hanno insegnato praticamente tutto quello che serve per diventare un pilota.” Tutto vuol dire parecchio: come si corre, come si capisce il kart, come si sorpassa, come si ragiona in gara e come si mette ordine nella testa mentre si guida. “Non mi hanno insegnato soltanto a essere veloce. Mi hanno insegnato a diventare un pilota completo.” Da quelle stagioni si porta dietro una regola che ripete come una massima d’officina: “Vince la gara il pilota che sbaglia meno.” Per un ragazzino che corre per andare forte non è una lezione scontata. “Correre non vuol dire solo essere il più veloce. Vuol dire anche essere costante e prendere le decisioni giuste.” A Granja Viana sono arrivati i titoli della Copa São Paulo, tre nel 2022 e poi uno all’anno nel 2024 e nel 2025, in Rotax Júnior Max, la stessa categoria in cui nel 2024 si è preso il campionato brasiliano. Dietro ogni trasferta c’è sempre stata la famiglia. “I miei genitori mi hanno sostenuto fin dall’inizio e hanno fatto sforzi enormi per aiutarmi a inseguire il mio sogno. Sono estremamente grato per tutto quello che hanno fatto.” Un pezzo di casa c’è anche tra gli sponsor: Casa Barô, uno dei suoi partner storici, è l’azienda di famiglia, “e averla tra i miei partner rende tutto ancora più speciale”. In Europa, aggiunge, non è mai partito da solo. Con lui c’è sempre qualcuno della famiglia.
UN SOGNO IN BAHRAIN
Il titolo della Copa São Paulo 2025 valeva più di un trofeo. Era l’unico posto brasiliano per le Rotax Grand Finals, la finale mondiale che a fine anno si correva in Bahrain, e Dudu ci è arrivato come unico brasiliano in una Júnior Max da settantadue piloti. “Già essere lì era una cosa speciale. Era sempre stato un sogno, e rappresentare il Brasile in una finale mondiale è stato un privilegio enorme.” La settimana, però, si è complicata quasi subito. “Eravamo veloci ma il mio giro in qualifica è stato cancellato per i track limits.” Poi un contatto nella prima batteria, qualche posizione recuperata nelle manche successive e un problema meccanico che gli ha chiuso la prefinale. Il risultato non è quello che voleva, “soprattutto perché sapevo che avevamo il passo per fare di più”. Oggi lo archivia con la serenità di chi ci ha già fatto pace: “Sono le corse. A volte succedono cose fuori dal tuo controllo, e devi gestirle.” Quello che gli è rimasto è un’esperienza che definisce incredibile e una lezione che gli sarebbe tornata utile pochi mesi dopo, in Europa: continuare a lottare anche quando le cose non girano.
LA ROUTINE DI UN PILOTA UFFICIALE
A gennaio 2026, a quattordici anni, Dudu è diventato pilota ufficiale Parolin in categoria OK, con base nella sede della squadra in provincia di Vicenza. Allora aveva parlato di onore e responsabilità, e lo ripete ancora. Quello che non aveva detto è quanto gli piacesse la vita di tutti i giorni. “Sinceramente, amavo la routine.”
La descrive passo per passo. Arrivare in pista, parlare con il meccanico, guardare la telemetria, confrontarsi con i compagni di squadra sulle condizioni dell’asfalto, uscire a girare. Dopo ogni sessione, di nuovo al lavoro sul kart, poi seduti con l’ingegnere ad analizzare i dati e a scrivere tutto quello che c’era da migliorare. “È una delle cose più importanti che ho imparato da Parolin: ogni volta che finisci una sessione devi analizzare cosa è successo e annotare cosa puoi migliorare.” L’ambiente era esigente, con aspettative alte per chi porta i colori di una squadra così grande. Lui lo ricorda come una scuola: “Quella routine mi ha reso un pilota molto più maturo, sicuro e professionale.”
UNA STAGIONE IN SALITA
Il calendario europeo non gli ha regalato molto. Penalità a La Conca, la Super Heat di Valencia mancata per tre punti, un incidente e un motore rotto a Mülsen. In mezzo, quasi a ogni weekend, una rimonta da dieci e più posizioni. “Ci sono stati weekend in cui avevamo un ritmo davvero buono ma i risultati non lo mostravano, per incidenti, penalità o problemi meccanici.” Di Mülsen racconta anche la parte che gli spetta, senza girarci intorno: “Nei test eravamo molto competitivi ma in qualifica ho fatto un errore, e me ne sono preso la responsabilità.”
La frustrazione c’è e non la nasconde. Il modo per gestirla è concentrarsi su ciò che si può controllare. “Se qualcosa va storto, devi comunque tornare in pista e dare il massimo.” A fine stagione, dice, si sentiva un pilota molto migliore, anche se i risultati non sempre rispecchiavano il potenziale. Proprio a Mülsen, su una pista scoperta appena una settimana prima, era arrivato il tempo più veloce in una sessione di test ufficiali sul bagnato, e non per caso: “Mi piace davvero tanto correre sotto la pioggia. Onestamente, credo sia ancora più divertente che sull’asciutto.” Potendo scegliere, probabilmente prenderebbe la gara bagnata. Il motivo è quasi tecnico: con il grip che cambia di continuo, tutti devono adattarsi a quello che succede in pista, e “sotto la pioggia le differenze tra i kart possono ridursi, quindi la capacità di adattamento del pilota conta ancora di più”.
Fuori dalla pista, la stagione è stata una vita in valigia. Italia, Spagna, Germania e Svezia a seconda delle gare, con un Airbnb vicino al circuito come base. Sveglia prestissimo, una buona colazione, giornata intera in pista, poi doccia, cena e a letto presto, “perché la mattina dopo si ricominciava”. Di tempo libero ne resta poco. La parte più dura è stata la nostalgia: “Mi mancavano la mia famiglia, i miei amici e la mia vita normale in Brasile.” Lo aiutavano le telefonate a casa, il racconto della giornata a chi era rimasto lontano. Con la lingua nessun problema, l’inglese lo parla bene. E il cibo? “Ti adatti!”
L’ULTIMO WEEKEND IN KART
Tra fine luglio e inizio agosto, a Kristianstad, in Svezia, Dudu ha corso le sue ultime gare in kart: prima il Champions of the Future, poi l’Europeo. La decisione era maturata quando aveva sentito di essere diventato “il pilota che dovevo essere prima di passare alle monoposto”. Ci erano voluti le gare internazionali, gli avversari fortissimi, la pressione, le griglie piene, i weekend storti. “Sentivo di avere l’esperienza e la maturità che servivano, e che il passo successivo nel mio percorso doveva essere la Formula 4.” Di quell’ultimo weekend conserva un ricordo felice. “Sentivo di migliorare ancora e allo stesso tempo sapevo che stavo chiudendo un capitolo importante della mia vita.” Se l’è goduto fino in fondo, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta in kart in gara.
UN ALTRO SPORT
Le prime monoposto le aveva già provate in Brasile, a Velocitta e a Interlagos, poi in Italia a Varano. A settembre sono arrivati i test di Formula 4 a Cremona, al Mugello e a Cervesina. La prima sensazione è stata di stupore. “È quasi uno sport completamente diverso.” Cambia il modo di accelerare e di sterzare, cambiano la posizione di guida e perfino quello che si vede dall’abitacolo. L’abitudine più difficile da smontare è stata la frenata: “Il modo in cui usi i freni in un kart è molto diverso da come freni in Formula 4. Devi adattare la tecnica, e ci vuole tempo.” È anche il bello del passaggio, aggiunge: stai imparando qualcosa di completamente nuovo. In macchina il rapporto con l’ingegnere diventa centrale, e Dudu ha una formula tutta sua per spiegare come lo si costruisce. Giri, giri e ancora giri, finché non si capisce come reagisce la vettura in frenata, in curva e in uscita. “Dico sempre che diventi un po’ amico della macchina.” Solo a quel punto si riesce a spiegare all’ingegnere cosa succede e cosa si sente. Con la telemetria, del resto, aveva preso confidenza già ai tempi di Parolin.
Una parte della preparazione passa dal simulatore. Prima di una pista nuova Dudu ci gira a lungo su iRacing, studiando traiettorie, punti di frenata, marce e perfino quello che c’è intorno al circuito, per “rompere il ghiaccio” prima di arrivarci davvero. Il limite lo vede con chiarezza: “In una macchina vera senti tutte le forze che agiscono sul tuo corpo.”
L’altro lavoro è sul corpo e sulla testa, con Nuno Cobra Júnior, che lo segue dal 2024 circa. Da lui ha imparato tecniche di respirazione e di concentrazione che oggi sono un rituale:
prima di salire in kart o in macchina si concentra sul respiro e visualizza quello che dovrà fare. Poi c’è la preparazione fisica, calisthenics compresa, sempre più importante salendo di categoria. “Ogni passo ti chiede di più, fisicamente e mentalmente, e Nuno è stato fondamentale per prepararmi a quelle sfide.”
LA BANDIERA E IL SOGNO
Ha il passaporto brasiliano, quello portoghese e quello statunitense ma corre per il Brasile, e per lui non è un dettaglio. “Rappresento il Paese in cui sono nato, le persone con cui sono cresciuto e tutti quelli che a casa mi sostengono.” San Paolo, poi, è la città di Ayrton Senna, morto diciassette anni prima che Dudu nascesse. “Credo che quasi ogni pilota lo guardi come un modello, in un modo o nell’altro.” Di Senna ammira la determinazione, la concentrazione, la spinta continua a migliorarsi e l’orgoglio con cui portava i colori brasiliani. “Per me è un’ispirazione come pilota, come atleta e come persona.” Ad aprile 2026 è arrivata la firma con Minardi Management powered by DAG. Il cambiamento più grande, racconta, è stato imparare a gestire in modo molto più professionale tutto ciò che sta intorno a una carriera da pilota. “Quando inizi a lavorare con persone così vedi aprirsi più opportunità, conosci più persone e cominci a sentire che i tuoi sogni stanno diventando più reali.”
Il prossimo passo è la prima stagione completa in Formula 4. Dudu sa che il salto è grande e che adattarsi richiede tempo ma non ha intenzione di passare un anno soltanto a fare esperienza. “Sono un pilota, e voglio sempre essere competitivo. Non voglio passare un’intera stagione solo ad abituarmi alla macchina.” Gli obiettivi li fisserà con il management e con la squadra con cui correrà, “realistici ma ambiziosi”. Il successo, per lui, sarà fare grandi progressi e diventare sicuro e competitivo al volante di una Formula 4.
E la Formula 1? “È il mio sogno. È ciò per cui lavoro ogni singolo giorno, ed è lì che voglio essere. E credo davvero che ci arriverò.” Per non farsene schiacciare, divide la strada in giornate. “Oggi do il massimo. Domani darò di nuovo il massimo. E il giorno dopo, lo stesso.”
Resta da sapere cosa direbbe a quel bambino di otto anni davanti alla televisione. La domanda gli piace. Gli direbbe di non mollare mai, di dare il massimo ogni giorno, di non lasciarsi fermare dai pensieri negativi o dai momenti difficili, perché le sfide arriveranno. E soprattutto di non perdere l’emozione di quel giorno, quando ha visto la Formula 1 e ha deciso cosa voleva fare da grande. “Perché quel sogno è ciò che ha fatto partire tutto, ed è ancora ciò che mi motiva ogni singolo giorno.” Suo padre, allora, se l’era cavata con poche parole. Sette anni dopo il kart è un capitolo chiuso e davanti c’è una Formula 4. L’invito, però, è rimasto lo stesso: andiamo.
Fonte: Pit Talk

